Il bene comune globale

La tragedia del coronavirus per la sua ampiezza e per la sua immane portata può consentire, ed anzi sollecita, una più approfondita riflessione sui valori e sui principi che riguardano da vicino la condizione umana. Qualche tentativo in tal senso c’è.
Per l’illustre costituzionalista Sabino Cassese «la sanità globale è un bene troppo importante per lasciarlo nelle sole mani degli Stati, prigionieri dei risorgenti sovranismi. I virus non rispettano le frontiere, anche le più controllate»1. Per il cattolico Mauro Magatti «l’emergenza richiama al bene comune globale. La cooperazione internazionale è una risorsa dalla quale non possiamo più prescindere» e «la solidarietà e l’empatia sono tratti fondamentali che ci fanno riconoscere come esseri umani 2».
E ancora. L’epidemiologo e matematico Stefano Merler, della Fondazione Bruno Kessler di Trento, abituato a ragionare su dati e tendenze: «Ciò che manca in casi come questo è un coordinamento internazionale vero. Nei primi 20 anni di questo secolo è la sesta pandemia che affrontiamo: senza piani e strategie saremo sempre a rischio»3.
Anche il politologo Giovanni Orsina converge su questa tesi: «Nella vicenda del coronavirus abbiamo visto delle istituzioni locali, gli Stati nazionali e le loro articolazioni interne, affrontare una sfida globale con strumenti squisitamente territoriali – delimitazioni, esclusione, confinamento. È senz’altro vero che se quelle istituzioni si fossero coordinate su scala globale avrebbero agito in maniera molto più rapida ed efficace»4.
A giudizio del fisico e saggista Carlo Rovelli, «l’esperienza di questo momento difficile mi sembra una lezione di umiltà per tutti. Restiamo fragili, in una natura indifferente e immensamente più grande e più forte di noi che a volte ci riempie di regali, a volte ci maltratta brutalmente, con sovrana indifferenza. Nei momenti di difficoltà, si capisce a fondo perché collaborare è meglio che competere. L’umanità può riuscire solo tutta insieme»5.
È il momento quindi delle questioni strategiche, dei “grandi” temi che riportano alle radici dei profondi scompensi della nostra contemporaneità. Si legge nell’ultimo editoriale di “Lotta comunista” (marzo 2020): «Il coronavirus, allora: nella sua cruda realtà mostra la necessità inderogabile di un’umanità davvero riunificata. Non c’è però volontà politica che possa realizzare tutto questo, perché dietro alla politica muove la guerra dei capitali ed è questa che afferra gli Stati». Non si può dire certo una considerazione astratta.
Tra le lezioni del presente lo stesso Rovelli inserisce una sorta di auspicio: «La prossima volta ascolteremo di più la scienza quando lancia allarmi preventivi». A ben vedere infatti nel suo rapporto “A world at risk” del 2019, solo un anno fa, l’OMS aveva parlato chiaro: «Il mondo è a rischio di devastanti epidemie regionali o globali». Quando il contagio stava trasformandosi in pandemia, però, il mondo si stava occupando di tutt’altro.
All’epoca, appunto tra gennaio e gli inizi di marzo del corrente anno, infuriava una furiosa polemica tra USA e Cina che si insultavano6 e si accusavano a vicenda di «spionaggio», imponendo dazi e limitazioni nel campo dell’hi-tech – si pensi alla forsennata polemica su Huawei – o dell’export siderurgico. Contemporaneamente nell’UE generali, governi e ministri dibattevano sulla proposta del presidente francese Emmanuel Macron di «europeizzare» la bomba atomica di Parigi, cioè un’arma di distruzione di massa, in un mondo in cui, come scrive “Financial Times”, prevale «la legge della giungla»7. Nello Stretto di Hormuz si sommavano missioni navali militari europee, americane, indiane, coreane. A poca distanza, nel Golfo di Oman, si svolgevano esercitazioni militari congiunte Iran-Russia-Cina e si ipotizzava una escalation bellica tra Teheran e Washington. In Siria si consumava a Idlib la coda della partizione armata del paese, con centinaia di migliaia di profughi, accolti alla frontiera greca dalla civile Europa con i gas lacrimogeni e le pallottole8. Altro che la necessaria «cooperazione internazionale», altro che«solidarietà ed empatia»!
Siamo di fronte ad una crisi che si può definire senza nessuna esagerazione epocale, con un pesante bilancio sanitario ed umano, con evidenti conseguenze economiche e sociali, con effetti ancora tutti da valutare nei rapporti tra le potenze, certamente nel segno di maggiori tensioni, potenzialmente esplosive. Il compito della cultura, forse, potrebbe essere quello di pensare e discutere a proposito della più che mai legittima aspirazione storica al «bene comune globale»: per comprendere e non avere paura.


1 “Corriere della Sera”, 23/2/2020.
2 “Corriere della Sera”, 29/2/2020.
3 “Corriere della Sera”, 10/3/2020.
4 “La Stampa”, 11/3/2020.
5 “Corriere della Sera”, 2/4/2020.
6 Secondo “Le Figaro” del 17/2/2020 l’annuale Conferenza internazionale per la Sicurezza di Monaco «è stato un palcoscenico per uno scambio di insulti tra americani e cinesi».
7 “Financial Times”, 16/1/2020.
8 Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, in visita alla frontiera greco-turca dichiarava: «Grazie alla Grecia per essere il nostro scudo» (“Sole 24 Ore”, 4 marzo 2020).